Liberi dall'odio

Publish date 24-01-2026

by redazione Unidialogo

ANNA FOA nuova ospite dell’Università del Dialogo

L’odio è un destino, una via inevitabile, una prigione da cui è impossibile uscire? Oppure, esistono strumenti per riaffermare pace, diritti umani, convivenza?
È partito da questa provocazione l’appuntamento dell’Università del Dialogo del Sermig, giovedì 22 gennaio negli spazi dell’Arsenale della Pace di Torino: un dialogo tra giovani e adulti sul tema “Liberi dall’odio”.
A dialogare con i giovani questa volta è stata chiamata la storica Anna Foa, in libreria in questi mesi con “Il suicidio di Israele”: un saggio senza sconti che va alle radici del conflitto israelo-palestinese, rilanciando però anche una visione per il futuro nel segno del riconoscimento reciproco tra due popoli e della forza della politica.

“Il titolo del libro mi è stato suggerito da amici israeliani che criticavano la politica di Netanyahu. Ci sono tante responsabilità da parte di Hamas, ma anche il governo di Israele ha dimostrato una politica aggressiva che ha assunto caratteri genocidiari. Questa politica tradisce le origini di quell’idea che pensava nel 1925 uno stato con entrambe le popolazioni, ma è anche la fine delle possibilità aperte dal Trattato di Oslo negli anni Novanta. È un suicidio di Israele ma anche della diaspora: tutto l’ebraismo della diaspora sta correndo il rischio di chiudersi. Il rischio è la morte di una idea universalistica dell’ebraismo, di dialogo con gli altri. Gli ultimi anni dimostrano invece il contrario, con la distruzione del popolo palestinese in testa: la decisione di prenderlo per fame a Gaza è terribile.

Il 7 ottobre è stato terribile per Israele, ha ridato vita al fantasma della Shoah. Il 7 ottobre non ha corrispondenze con la Shoah, eppure il governo ha puntato su questo per sostenere la sua reazione, un governo che era in crisi profonda ma ha ritrovato unità attraverso la reazione militare.
La questione degli ostaggi ha spinto molti moderati verso il sostegno a Netanyahu, ma nello stesso tempo la fame a Gaza provocata dalla volontà deliberata di affamare la popolazione ha colpito negativamente molti cittadini israeliani. In tanti si stanno attivando per aiutare i palestinesi che si oppongono ai coloni che spadroneggiano in Cisgiordania.

Non credo che i giovani siano più polarizzati ed estremisti, l’estremismo è in tutte le generazioni. I giovani di oggi vogliono capire e sono sconcertati. L’odio non è naturale, non è innato, è nato da particolari situazioni storiche, dalla paura, dalla Shoah. Ci sono cause specifiche che hanno portato a odiare da entrambe le parti. Ci sono paure che spingono a difendersi, a non riconoscere gli altri. C’era una parte del primo sionismo che pensava ad una coabitazione, ambizione tradita. Ai palestinesi occorre dare subito una speranza politica, pensare ad un riconoscimento dello Stato. Oggi molti israeliani negano l’esistenza del popolo palestinese, pensando erroneamente che non ci fossero in Palestina nel primo Novecento.

È possibile ricomporre memorie così divise? La memoria può diventare odio e vendetta ma non solo. In Israele ci sono due memorie distinte: i palestinesi hanno la memoria della Nakba, la tragedia della fuoriuscita dei palestinesi dal nascente Stato israeliano. Gli Ebrei hanno ovviamente quella della Shoah. Alcuni storici hanno provato a confrontare con il desiderio di superare le barriere ma non è facile. Bisogna coltivare la memoria senza tramutarla in uno strumento di odio e contrapposizione: l’incontro è sempre con le persone che hai davanti…”.
 

Redazione Unidialogo


Incontro completo

 

Foto: Marco Maccarelli

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